mercoledì 30 marzo 2016

Qualcosa è cambiato: il lavoro

Durante gli ultimi tre anni mi sono dedicata anima e corpo a quello che era un progetto corporativo ma che via via è diventato il mio lavoro, dove i miei soci erano ovviamente pilastri portanti dell'iniziativa ma che si è via via delineata come una idea mia personale che ha sviluppato un discreto successo commerciale. Loro mi hanno sempre appoggiata e a loro vanno i miei ringraziamenti.
Io, laureata in biología e con una avversione all'economia tanto da non avere nemmeno un conto corrente fino a qualche mese fa, ho tirato su un piccolo comercio che è diventato un progetto così grande che... l'ho ceduto.
Non perché andava male, proprio il contrario, perché andava bene ma poteva andare meglio se non fosse stato che io non potevo oramai dare di più.
 
Tutto è nato durante i primi mesi di dicembre, il processo per riconoscere questo doloroso come irrinunciabile passo è iniziato in quel momento, quando il nostro amico socio ha deciso di andare via dall'Hort per andare avanti da solo.
 Durante questi anni abbiamo avuto molti soci, che sono durati un periodo più o meno lungo, ma la loro partenza non ha mai comportato grandi scosse, quanto più un breve periodo per ricollocarsi, ma la partenza di R è stata davvero una botta, nonostante continuiamo a lavorare insieme coltivando praticamente a 100 metri di distanza, per me e El (da qui in poi nuova denominazione di Raúl) è stata una crisi. Quello che eravamo in 3, un progetto estremamente complesso con tantissime ramificazioni che era già difficile da tenere in piedi in tre, in due sarebbe stato impossibile.
 
Infatti: nonostante la divisione degli affari in modo proporzionale, io e El ci siamo visti davvero superati per gestire la nostra parte: ceste, negozio, 2 mercati a settimana, varie ed eventuali e il campo???? E la famiglia e la casa sempre in ristrutturazione?
Infatti abbiamo passato due mesi burrascosi, lavorare e vivere insieme mette davvero a dura prova, discussioni a non finire.
 
Quindi fuori il negozio, quello che poi era l'unico lavoro che mi dava il mio stipendio.
Allora vi spiego bene quale fossero le mie mansioni e badate, non è una questione di soldi, quanto di riconoscimento.
Il mio lavoro era assolutamente multitasking mio malgrado, io che odio il multitasking (almeno a livello famigliare, mentre dal punto di vista lavorativo è qualcosa di stimolante) ma era molto molto....poco definito. In generale nel team aleggiava sempre una ombra di incertezza sul perché alla fine io ricevessi uno stipendio. Badate bene: ho lavorato gratis per anni, perché io ho cominciato a prendermi delle ore praticamente per passare del tempo quando Marc era piccolissimo per aiutare in qualche modo quella che oggi è una azienda agrícola, in faccende economiche (ho addirittura studiato on line Economía e gestione d'impresa di notte!) e di gestione, ho imparato a usare programmi di fatturazione, ho messo piede al Ministero delle Finanze...  per lasciare ai miei soci solo le imcombenze del campo: per anni quindi ho lavorato via internet e al telefono, non pretendevo dei soldi, tant'è che era stato un ex socio a dire : Francesca dovrebbe ricevere qualcosa per quello che fa, non pensate?
 
La situazione è rimasta sempre qualcosa di irrisolto, tant'è che io non prendevo parte alla spartizione degli stipendi finché con la creazione legale dell'azienda avendo messo un capitale avevo quindi diritto alla mia parte che puntualmente comunque era molto ridotta, io rinunciavo perché era oggettivamente minore la mia mole di lavoro e la reinvestivo come capitale.
 
Insomma, arriviamo al capitolo negozio: io totalmente negata all'inizio, avendo oramai preso confidenza con il mondo degli agricoltori biologici ho creato dal niente (e non mi vergogno a dirlo, è vero!) un negozio biologico basato sul kmZero, la sovranità alimentare e le verdure di stagione, in un mondo urbano dove nel supermercato c'è di tutto, tutto l'anno, in un quartiere dal potere acquisitivo medio-basso mentre noi siamo un po' più cari, ripetendo come un mantra per tre anni cosa vuol dire lavorare coerentemente con la Sovranità alimentare e facendo quindi del mio lavoro attivismo político reale.
Rifiutandomi di vendere pomodori in inverno e carciofi in estate. Non abbiamo  quasi prodotti industriali (nel biologico e nel vegano possono comunque esistere autentiche schifezze con un impatto ambientale enorme, tipo la soja e noi quindi non ce l'avevamo e non ho mai avuto omogeneizzati per bambini perché alle mamme vendevo miglio e carote e dicevo loro che avrebbero potuto cucinarlo loro che è più sano ed è anche un gesto d'amore e che i papà possono rendersi utili)
 
Educando le persone alla stagionalità delle verdure, invitandoli anche al campo per vedere con i loro occhi che no, niente plastica niente serre, solo acqua e terra.
 
Educandoli anche a valorizzare i prodotti perché sono molto molto difficili da coltivare (niente è caro, anzi!! Ci sono cose che non hanno prezzo!!) E daje daje, ecco che La Remolatxa è diventato un pezzo unico nel suo genere che provano anche a copiare inútilmente perché solo noi ci fondiamo oltre che sulla produzione propria, su un gruppo di circa 40 produttori (la mia agenda è un TESSSORO) che producono tutto quello che potreste mangiare, evitando quindi intermediari ma mantenendo prezzi giusti per tutti. Nessuno schiavo africano sottopagato e sfruttato ha lavorato duramente nei campi dei latifondisti di Almeria. Tutto è sano e socialmente giusto e solidale.
 
Total, che il mio negozio è un gran negozio e quindi senza ombra di dubbio per anni il mio stipendio è stato ben giustificato.
Inoltre il negozio mi ha portata in giro per conferenze per spiegare il nostro modello di produzione e vendita e di una gestione totalmente in mano comunque a tre persone, dal semino della pianta fino alla distribuizione attraverso i canali corti di commercializzazione (ammetto che sono stata addirittura pagata per fare un corso di tre giorni)
Esposizioni fotografiche sui danni dello zucchero, corsi di alimentazione naturale, addirittura un concerto, partecipazioni a giornate della lotta contadina, hanno messo sempre di più il negozio al centro anche della vita culturale alternativa di Valencia.
 
Però il 24 gennaio è successo qualcosa: io e El decidiamo, per la nostra salute mentale e di coppia, visto che erano due mesi che lavoravamo 8 giorni alla settimana, di prenderci un giorno e mezzo e andare a passare il week end al Kaotik Circus, avendo affittato una casetta con degli amici con figli e sapendo che tutta Valencia era là. Di fatto siamo andati là per stare dispersi con gli amici e non dover parlar di lavoro: alla domenica sera, di ritorno a casa, eravamo in auto (Marc collassato dormendo) ed è stato così, che abbiamo pensato: ma noi vogliamo ancora il negozio? Non moriremo prima se continuamo così?
 
Rivelazione. Illuminazione. Dolore.
 
Il giorno dopo abbiamo reso ufficiale la decisione nel nostro collettivo, attraverso una mail che io ho scritto e inviato perché grazie alla quale, come spiegato sopra, sono riuscita a fare un'analisi della situazione. La realtà è che a me il negozio richiedeva tanto, ma così tanto che stavo lasciando da parte l'altro mio lavoro, quello dell'amministrazione e non vi dico il campo, che per mesi non ci ho proprio messo piede. Se per il campo non era proprio un problema, quello dell'amministrazione sì, perché si suppone che sarei dovuta riuscire a portare avanti entrambi e cedere a livello amministrativo poteva portare a problemi ben più grandi (abbiamo schivato multe salatissime e multe solo per distrazione)
Prima di vedere quindi affondare il negozio per colpa mia, ma davvero per colpa mia, o affondare la mia famiglia o entrambi...meglio cederlo e trovare qualcuno con voglia di fare e che potesse viverci. Aria fresca e nuove energie!
 
Il 16 febbraio quindi è iniziata la transizione, in pratica senza chiudere manco un giorno, (quando si cede una attività la cosa più normale e saggia da fare è chiudere, fare le menate burocratiche, inventario, passaggio di soldi....ma noi NO!) ho cominciato a formare la nuova responsabile del negozio. I nostri clienti ci guardavano sbalorditi, anche con simpatía perché pur di non chiudere e continuare ad offrire il servizio, ci sono stati anche dei disservizi, più che comprensibili. Cristina, la nuova responsabile, risponde perfettamente al profilo della persona che cercavamo, perché, qua sta la novità, abbiamo ceduto la licenza gratis. Esatto, un negozio che funziona, dove io rinuncio formalmente a quello che era il mio stipendio, con tutta l'agenda di contatti davvero esclusivi (nessuno a sto mondo ti vende pesche ecologiche a 1.50€/kg e te le porta appena raccolte dall'albero) , tutta la ristrutturazione del negozio, con le casse di legno, i mobili fatti su misura...tutto questo gratis (ovvio lei si paga la partita iva e le bollette e l'affitto al padrone che non vuole affatto che chiudesse il negozio ed era disposto ad abbassare il canone, già di per sé bassissimo), chiaro e la nostra verdura che continuamo a venderle) perché non volevamo che la cessione fosse una barriera, nessuno oggi come oggi si impegna a pagare 20mila€ così, perché questo vale la Remolatxa.
 
Io non volevo una persona qualsiasi, non avrei mai lasciato il mio tesoro in mano al primo che passava nemmeno per 20mila€, lo dico davvero... ma non volevo nemmeno rimanere oramai intrappolata per mesi con un cartello CEDESI. Quindi ci ci siamo appoggiati alla nostra rete di contatti, facendo girare un WANTED con il profilo richiesto e le condizioni etiche: continuare a comprare a noi e mantenere la nostra stessa política e lotta sociale. Inutile dire che proprio perché siamo un collettivo molto grande di persone molto coinvolte in questi temi sociali, mi sono piovuti curriculum da ogni dove, ma ho scelto Cris perché mi ricordava tanto me all'inizio, la sua energía e tutto quello che potrà dare al negozio e ai clienti che io non potevo più offrire.
 
 
Nonostante il mio stipendio fosse degno (per me tutto è degno...abbiamo in generale una capacità  di sottostimarci abbastanza notevole perché amiamo talmente tanto il nostro lavoro che lo faremmo gratis) pagavo per lavorare: pagavo la mensa due giorni a settimana a Marc, la benzina...lasciando El senza la macchina anche quando avrebbe voluto andare a prendere Marc a scuola ma pioveva a dirotto.. . pagavo il tempo che non stavo in famiglia...pagavo per tutto e alla fine non mi godevo niente.
Quindi per tutto il mese di febbraio ho messo il turbo, facendo salti mortali ancora più alti, per arrivare il 1 marzo, libera e ..... senza un lavoro.
 
La Remolatxa quindi è adesso un cliente normale, certo privilegiato rispetto ad altri e vado comunque ogni lunedì e martedì per servirle verdura e giustamente stavolta prendere i soldi che ci spettano, oltre che continuare a rimanere con Cris il tempo di cui ha bisogno per scoprire ancora molte cose sulla Remolatxa (40! fornitori! Alcuni! stagionali! Quindi abbiamo ancora taaaaaaaaaaanto di cui parlare) , mi manca tantissimo l'idea di vestirmi la mattina e andaré in città, vedere gli amici....a volte ciondolo per casa...ma poi mi passa perché io ho l'altro mio lavoro.
 
E qua sta la questione di cui magari vi parlo domani.
 
Torno al mio vecchio lavoro e mi sono resa conto in marzo di quanto male lo stessi facendo per mancanza di tempo. Adesso la web è rinnovata, le email sempre con le risposte pronte, telefonate senza perdere il filo del discorso, agenda a punto, tutto segnato, appuntamenti fissati, tasse pagate puntuali, figlio più felice, io meno stressata, El più sereno.
Però adesso non ho più uno stipendio. O forse sì.
Io e El adesso siamo soli e stiamo come camminando sulle uova. Vogliamo stare insieme, lavorando insieme ma mantenendo la nostra indipendenza decisionale. Ognuno al suo posto (era davvero diventato insostenibile ricevere critiche sulle mie mansioni!!) e fare il meglio per rendere la vita dell'altro facile perché sono pur sempre due lavori connessi.
 
 Lui dice che il suo stipendio è anche mio, come sempre, perché abbiamo sempre messo insieme i nostri soldi. Certamente la nostra qualità di vita è migliorata. Anche lui lavora meno e meglio perché non dobbiamo correre ogni mattina a fornire in negozio e possiamo non lavorare la domenica sera con l'ossessione del lunedì: Cris può anche comprare ad altri, mentre noi sviluppiamo al meglio i rami di questo progetto che ci sono rimasti.
Però io  mi sento di non avere più l'indipendenza economica anche solo virtuale che avevo prima o detto in un'altra maniera, di non contribuire più come prima.
 
Non lo so.
 
Allora, indietro non tornerei, ma ho bisogno di credere di non essere una mamma-moglie-casalinga senza più un lavoro remunerato reale.
 
Ho tanti progetti in mente, ma ho deciso di svagarmi un po', dedicarmi bene alla batucada e allo yoga che sono tornata a fare con furore.
 
Sicuramente con le mani in mano non so stare e se adesso sono molto più efficiente ed efficace, la mia mente si è messa in moto per continuare a creare qualcosa di bello.
 
 
Per ultimo, questa è un'altra dimostrazione di downshifting: era moltissimo tempo che non lo nominavo: ho davvero ceduto il mio lavoro, portando a casa meno soldi (ma sono rimaste fisse le spese!) per migliorare la qualità della nostra vita. e qualcuno mi sta dicendo che sono pazza.
Io dico di no: ci ho pensato su notti intere e credo di aver fatto tantissima esperienza in questi tre anni, sicuramente una esperienza che potrà aiutarmi su altri fronti. È stato tutto così veloce che solo oggi la zia de El ha scoperto che non abbiamo più il negozio, infatti eravamo entrambi al parco con Marc e non si rende conto che per noi andare al parco quasi tutti i pomeriggi e il vero premio di questa scelta.
 
Ora, per chiarire i dubbi: perché far fuori il negozio? Per una questione puramente economica-logística, non perché fosse roba da donne-uomini (sí, alcune amiche in malafede pensavano che mi fossi fatta annientare l'anima femminista). Ah, per chiarirci: non è stato l'unico ramo potato, anche Raul ha rinunciato a dei progetti che aveva, è stata una riorganizzazione interna per questioni logistiche per potenziare le aree con una relazione costi-benefici più alta, quindi quello che comporta meno lavoro (i mercati sono due giorni a settimana) ma con una resa economica ben maggiore (eh sì .... ) e senza tante spese fisse come affitto bollette tasse.....come solo chi ha un negozio può capire. Insomma, per dire che se il negozio fosse stato di Raul sarebbe stato lo stesso, vale?
 
 
 
 
 
 
 

1 commento:

  1. Bello, letto tutto di un fiato, ottima scelta secondo me, molta gente non si rende conto che 'paghiamo' con il tempo che dedichiamo a ogni cosa e i costi a livello umano spesso si fanno insostenibili. Però il downshifting è ancora visto male, io vorrei tanto prendermi la 'media jornada', volontariamente, ed essere pagata solo per quello, e quindi liberare un mezzo stipendio per qualcun altro, ma niente, qua è difficile farlo entrare in zucca alla gente. Bravi e suerte!

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